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Singapore: cosa vedere nella città del leone (parte 2) – I quartieri etnici

Gli inglesi arrivarono a Singapore, nel 1819, capitanati da Sir Thomas Stanford Raffles con lo scopo di stabilire un porto commerciale. Allora Singapore era sotto influenza olandese, così come una parte della Malesia; Raffles quindi siglò un accordo col pretendente al trono del sultanato di Johor (in Malesia) prendendosi Singapore e le colonie malesi di Malacca, cedendo in cambio le loro colonie inglesi di Sumatra (Indonesia). Costruendo la sua città Raffles la divise in quartieri, destinandone alcuni a determinati gruppi etnici. In questo modo si formarono Chinatown, Little India e Kampong Glam.

Singapore Chinatown

Il quartiere cinese, con le sue lanterne rosse ed i suoi vicoli pieni di negozi e bancarelle, è un’attrazione da non perdere. Gli edifici, rimessi a nuovo, sono quelli dei tempi passati – quelli dei mercanti di seta e dei sarti. Le bancarelle vendono oggettini cinesi a due soldi, ma se esplorate i negozietti troverete tante cose intriganti: artigianato di qualità e prodotti della medicina tradizionale, inclusi pelli di serpente e cavallucci marini essiccati. Oltre a ristoranti per tutti i gusti e per tutte le tasche.

Da visitare c’è parecchio, e a Stefano è piaciuto in maniera particolare il Buddha Tooth Relic Temple (288 South Bridge Road), con le sue migliaia di budda di tutte le grandezze; qualcuno dice che siano 10’000. Il tempio è ordinatissimo e pulitissimo. Siamo arrivati durante una cerimonia molto suggestiva (e rilassante) ed abbiamo avuto la fortuna di vedere la reliquia del dente del Buddha Shakyamuni (si trova al 4° piano). Molto bello e coloratissimo anche il Sri Mariamman Temple lì vicino (244 South Bridge Road): anche qui era in corso una cerimonia, però molto vivace. Era pieno di gente e poco pulito – quindi vedete voi se visitarlo: io felice e Stefano schifato. Papà non è entrato.

Se avete tempo e volete imparare qualcosa sulla comunità cinese di Singapore, consiglio il Chinatown Heritage Centre (48 Pagoda Street), un’esibizione multisensoriale che parte dalla prima ondata di immigrazione cinese e spazia fino ad oggi. Sicuramente interessante la prima parte della mostra, dove si vede come vivevano i primi “pionieri”. Vi daranno un’audioguida di non facile funzionamento e visto che l’italiano non è una delle lingua previste (però ci sono francese e inglese) probabilmente dovrete fare i traduttori. Verso la fine del percorso è possibile scattarsi una foto che finirà sullo schermo digitale del museo, e che potete spedirvi per email: inutile dirvi che non l’abbiamo mai ricevuta.

Little India

All’entrata del quartiere, in Kinta Road, abbiamo trovato degli enormi elefanti ricoperti da coloratissimi fiori: un bel segno di benvenuto alla piccola India. Pare però che fossero stati posati per una ricorrenza, che comunque era finita da mesi, quindi non disperate – potrebbero rimanere. Se così non fosse non disperate, vi accorgerete di essere arrivati grazie al vostro olfatto: l’odore di deliziose spezie esotiche ed incenso è pungente. Inoltre vedrete numerose bancarelle che vendono preziosi sari ed altre che offrono corone di fiori, indispensabili per recarsi al tempio induista.

Noi abbiamo scelto di visitare quello principale, lo Sri Veeramakaliamman Temple (141 Serangoon Road), dedicato alla terribile e sanguinosa dea Kali. Al bimbo sono piaciuti i colori e le migliaia di altri deità collegate alla dea, visibili sia all’esterno (sulla torre d’entrata e sulle cupole) che all’interno. Abbiamo tolto le scarpe e siamo entrati in silenzio, per poi scoprire che erano in corso delle puja e c’erano un gran numero di celebranti, uno per ogni “camera” dedicata ad una divinità. E poi c’erano i fedeli che offrivano alla dea fiori, incenso, cibo, candele – e che molto gentilmente, fra una puja e l’altra, ci hanno spiegato a quali divinità appartenessero alcune delle variopinte statuette.  Oltre a raccontarci che durante la seconda guerra mondiale, il tempio veniva usato dalla popolazione come rifugio durante i raid aerei.

Volete mostrare ai vostri figli una costruzione veramente fenomenale, anche se non è possibile visitarla all’interno? Cercate la residenza di Tan Teng Niah (37 Kerbau Road). E’ conosciuta come la costruzione più colorata di tutta Singapore e apparteneva ad un imprenditore cinese. Originariamente era tutta bianca ma dopo il restauro è diventata un tripudio variopinto. Ricorda un po’ i quadri a griglia di Mondrian, con molte più tinte e moltissima più vivacità.

Kampong Glam

Il quartiere arabo di trova a una decina di minuti a piedi da Little India… dominato dalla sua bella moschea, è un quartiere ordinato e alla moda. E il centro della comunità musulmana a Singapore, fondato da immigrati provenienti dalla Malesia… insomma il posto giusto per passeggiare lungo strade pedonali, mangiare divinamente in Arab St. e comperare tappeti (però non ho capito chi andrebbe a Singapore per acquistarli). Pare che ci sia anche una vivace vita notturna: torneremo quando Stefano sarà adolescente…

La moschea del Sultano, Masijd Sultan, ha una sola entrata per i non musulmani, e questa si trova in Muscat Street (porta 5, se non ricordo male). Una volta arrivati all’ingresso giusto, l’abbiamo trovata chiusa, quindi abbiamo pranzato, aspettando l’apertura pomeridiana. Non so che dirvi: il piccolo è rimasto molto suggestionato dalla cupola dorata e dai 4 minareti, però l’interno spoglio l’ha un po’ deluso. Molto più gradevoli invece le arcate con i murali omaniti (anche loro in Muscat St), in particolare quello con le tartarughe. E’ piaciuto così tanto che ha acconsentito a farsi fotografare lì davanti, e di faccia.

Se vi interessa la cultura degli immigrati malesi c’è il Malay Heritage Center (85 Sultan Gate) ospitato all’interno dell’Istana Kampong Glam, il palazzo dell’ex sultano. Non avendolo visitato, non so se consigliarvelo.

Volete sapere di più su questa meravigliosa città? Leggete qui il nostro articolo sulle zona del Centro, Riverside e Marina Bay. Questo invece è l’articolo riguardante l’Isola di Sentosa.

 

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